Un utente apre Spotify sul suo iPhone e sottoscrive un abbonamento. Trenta secondi, due schermate, una carta salvata. La domanda che vorrei fare è volutamente ingenua: chi ha diritto a essere pagato per quell’abbonamento?
Spotify, evidentemente, perché produce il servizio. La banca, perché processa il pagamento. Lo Stato, attraverso l’imposta. E Apple, perché ha costruito il dispositivo su cui quella schermata compare, il sistema operativo che la disegna, gli strumenti con cui è stata scritta l’applicazione e il canale attraverso cui Spotify ha incontrato quella persona. Nessuna di queste pretese è assurda. Tutte hanno un fondamento diverso.
La domanda sembra contabile. In realtà contiene un’intera teoria del potere digitale, e negli ultimi sedici mesi l’Europa ha cominciato a risponderle con delle cifre. Il 18 agosto, ieri, Apple ha annunciato che dal primo ottobre quelle cifre cambiano di nuovo. È il momento buono per guardare non le cifre, ma il fatto che siano diventate una materia su cui si decide.
La strada l’ha costruita Apple
Prima di arrivare alla tesi conviene concedere quasi tutto all’argomento contrario, perché è più forte di come viene di solito rappresentato.
Apple non ha piazzato un casello davanti a una strada costruita da altri. Ha progettato l’iPhone e il sistema operativo che lo governa. Ha scritto gli strumenti di sviluppo, i linguaggi, gli ambienti di compilazione, le librerie con cui si costruisce un’interfaccia e quelle con cui si vende un abbonamento. Ha costruito il meccanismo di firma e di verifica preventiva del codice che impedisce a un’applicazione qualsiasi di eseguire qualsiasi cosa, l’infrastruttura di pagamento, i sistemi antifrode, la gestione dei rimborsi, la catalogazione e la scoperta delle applicazioni. E soprattutto ha costruito, in vent’anni, una popolazione di utenti abituata a comprare software con un gesto, che è la cosa più difficile e più preziosa di tutte.
Da questa prospettiva una commissione non è necessariamente una rendita. Può essere il prezzo di una quantità enorme di valore prodotto da altri prima che tu arrivassi. È esattamente così che Apple descrive la Core Technology Commission, la percentuale che chiede a chi distribuisce applicazioni fuori dal suo negozio: remunerazione degli investimenti continuativi nelle tecnologie e nei servizi che permettono agli sviluppatori di creare e distribuire software.
Anche l’idea che una piattaforma debba essere obbligata ad ammettere pagamenti esterni è meno ovvia di quanto sembri. Se Spotify incontra un utente perché quell’utente ha un iPhone e apre l’App Store, perché Apple non dovrebbe ricevere niente quando la sottoscrizione viene poi conclusa sul sito di Spotify? E se l’infrastruttura continua a essere usata dopo l’acquisto, ogni giorno, per ascoltare la musica, perché la remunerazione dovrebbe finire nell’istante in cui la carta viene processata altrove?
Sono domande legittime e non hanno una risposta ovvia. Il regolamento europeo, del resto, non sostiene che Apple e Google non abbiano più diritto a essere pagate. Sostiene qualcosa di più preciso e molto più scomodo.
Una porta chiusa e una porta a pagamento
Immaginiamo che Apple dica: è vietato comprare Spotify Premium fuori dall’App Store. La natura della restrizione è evidente, si vede a occhio nudo, e qualunque autorità della concorrenza sa da un secolo come chiamarla.
Immaginiamo adesso una seconda formulazione: puoi comprare Spotify Premium fuori dall’App Store, ma per ogni cliente arrivato attraverso il mio ecosistema continui a dovermi una commissione economicamente comparabile a quella che avresti pagato restando dentro.
Formalmente la porta è aperta. Economicamente potrebbe non esserlo. E qui un’analisi della concorrenza costruita soltanto sui diritti formali diventa insufficiente, perché registra l’apertura della porta e non misura la salita che c’è appena fuori.
Il DMA prevede, all’articolo 5 paragrafo 4, che il gatekeeper, cioè la piattaforma che il regolamento designa come passaggio obbligato verso gli utenti, debba consentire agli utenti commerciali di comunicare e promuovere gratuitamente le proprie offerte, anche a condizioni diverse, agli utenti acquisiti attraverso la piattaforma, e di concludere contratti con loro indipendentemente dal canale utilizzato. È una norma sulla comunicazione e sul contratto, non sui prezzi. Non fissa nessun tetto.
Il 23 aprile 2025 la Commissione ha multato Apple per 500 milioni di euro accertando che le sue condizioni impedivano agli sviluppatori di sfruttare fino in fondo i canali alternativi e ai consumatori di conoscere offerte potenzialmente più economiche. Lo stesso giorno Meta ha incassato una sanzione da 200 milioni su un capitolo diverso. Apple ha impugnato la decisione a luglio.
La domanda che quella sanzione apre, e non chiude, è la sola che conti: quanto deve costare la libertà perché continui a essere libertà? È una domanda profondamente politica, perché il potere economico non opera soltanto attraverso i divieti. Opera attraverso incentivi, commissioni, costi di trasferimento, contratti, impostazioni predefinite, attriti e strutture tariffarie. Un sistema non ha bisogno di vietarti di uscire, se può rendere l’uscita irrazionale.
Non è l’antitrust del Novecento
Un modo sbagliato di leggere il DMA è immaginarlo come una versione aggiornata dell’antitrust classico. Il suo obiettivo non è spezzare Apple, impedire a Google di gestire un motore di ricerca o vietare a Meta di possedere più servizi.
La Commissione descrive il regolamento come uno strumento per rendere i mercati digitali equi e contendibili, e identifica i gatekeeper proprio come le piattaforme che occupano una posizione di intermediazione particolarmente importante. Il DMA completa il diritto europeo della concorrenza, non lo sostituisce.
La differenza è decisiva. L’antitrust classico tende a domandarsi, caso per caso, se un’impresa abbia abusato della propria posizione dominante, e chiede la prova dell’effetto. Il DMA parte da una constatazione precedente: in alcuni mercati digitali esistono infrastrutture così centrali che aspettare ogni volta la dimostrazione dell’abuso arriva sistematicamente troppo tardi, quando il concorrente che avrebbe dovuto essere protetto ha già chiuso.
Per questo introduce obblighi ex ante, cioè imposti prima e non dopo la prova del danno. Non serve dimostrare ogni volta che impedire a uno sviluppatore di mostrare un prezzo più basso sul proprio sito abbia eliminato un concorrente specifico. Si stabilisce prima che un gatekeeper non possa impedire quella comunicazione, che debba consentire la distribuzione delle applicazioni per altre vie e che non possa imporre necessariamente il proprio sistema di pagamento.
La prima revisione del regolamento, pubblicata il 28 aprile 2026, ha concluso che il DMA è adeguato allo scopo e non richiede modifiche legislative, indicando l’intelligenza artificiale e il cloud come priorità di applicazione per i prossimi anni. È un giudizio interessato, perché lo dà l’istituzione che lo applica, ma è anche una scelta: nessuna riapertura del testo, tutta l’azione spostata sull’applicazione.
La politica economica implicita in questa costruzione è notevole. L’Europa sta dicendo che alcune posizioni tecnologiche sono così strutturali da richiedere regole sulla forma in cui il potere può essere monetizzato.
La frase che la Commissione ha scritto su Google
Il 23 luglio 2026 la Commissione ha adottato due decisioni contro Google per complessivi 890 milioni di euro: 460 milioni per avere posizionato i propri servizi più in alto dei concorrenti nei risultati di ricerca, e 430 milioni per avere ostacolato gli sviluppatori che volevano indirizzare gli utenti di Google Play verso canali d’acquisto alternativi. Sessanta giorni per rimediare, pena pagamenti periodici fino al 5% del fatturato mondiale. L’impugnazione non sospende né la multa né il termine: prima si adegua, poi si litiga.
Nella seconda decisione c’è la frase più importante scritta finora sul DMA, e ha l’aspetto anonimo di un considerando tecnico. Google, dice la Commissione, può ricevere un compenso per avere facilitato l’acquisizione iniziale di un nuovo cliente attraverso Google Play. Quello che va oltre il consentito è il livello delle commissioni collegate allo steering, cioè al fatto di portare il cliente a pagare fuori, e la lunghezza del periodo durante il quale quelle commissioni continuano a essere dovute.
Bisogna fermarsi su questa frase, perché contiene tre affermazioni distinte e nessuna è banale.
La prima: il diritto al compenso esiste. Non è una concessione retorica, è il rifiuto esplicito della tesi secondo cui l’intermediazione digitale non valga niente.
La seconda: quel diritto ha una misura. Esiste un livello oltre il quale una commissione, pur legittima nel principio, diventa incompatibile con un obbligo di apertura.
La terza, la più radicale: quel diritto ha una scadenza. C’è un momento in cui avere procurato il primo incontro fra un’impresa e un cliente smette di generare una pretesa sul rapporto che ne è seguito.
Messe insieme, queste tre affermazioni sono qualcosa di molto più sofisticato di «le grandi piattaforme devono lavorare gratis». Dicono: puoi essere remunerato per il valore che hai effettivamente prodotto, non puoi trasformare indefinitamente la tua posizione in una pretesa sul valore prodotto dopo, da altri. Il confine sarà controverso per anni. Ma è la definizione di quel confine a costituire l’atto politico.
E rende difficile ridurre il DMA a un’antipatia europea per Apple. Il problema non è Apple. È il diritto di sequela economico del gatekeeper.
Il prezzo come tecnologia del potere
Qui conviene allargare oltre gli app store, perché il meccanismo è generale.
Abbiamo l’abitudine di riconoscere come esercizio del potere soprattutto la proibizione. Uno Stato esercita potere quando vieta. Un’azienda quando impedisce. Una piattaforma quando espelle o censura. È il modello mentale che ci portiamo dietro da secoli, e ha il vantaggio di essere visibile: un divieto si vede, si documenta, si contesta.
Nei mercati digitali una parte enorme del potere viene esercitata diversamente. Non dicendoti che non puoi fare una cosa. Facendo in modo che non ti convenga.
Una piattaforma può rendere disponibile un’interfaccia di programmazione e attribuirle un prezzo che impedisce ai concorrenti di nascere. Può consentire la portabilità dei dati e renderla lenta, parziale, in un formato che nessuno legge. Può ammettere un metodo di pagamento alternativo e applicargli contemporaneamente una struttura di commissioni che azzera il beneficio dell’alternativa. Può consentire l’interoperabilità riservando alle interazioni esterne una qualità peggiore, una latenza più alta, meno funzioni. Può permetterti di lasciare l’ecosistema facendo coincidere l’uscita con la perdita di servizi complementari di cui non puoi fare a meno.
È un potere meno spettacolare del divieto. Non produce titoli, non genera indignazione, non lascia tracce facili da esibire davanti a un giudice. Ed è per questo che spesso funziona meglio.
Il DMA prova esplicitamente ad agire su questa zona. Gli sviluppatori devono poter raggiungere gli utenti fuori dagli store, distribuire le applicazioni tramite negozi alternativi o direttamente dal proprio sito, e pagare commissioni inferiori quando rinunciano a determinati servizi del gatekeeper. Il regolatore non sta soltanto aprendo la porta. Sta cercando di governare l’economia della porta.
Chi decide quanto vale Apple
Questa è l’obiezione più forte contro tutto l’impianto, e va lasciata respirare invece di liquidarla.
Se ammettiamo che la Commissione possa stabilire, anche solo indirettamente, quando una commissione è troppo alta, stiamo affidando a un’autorità pubblica un compito difficilissimo: valutare quanto vale un’infrastruttura costruita da un’impresa privata. Il rischio di eccesso regolatorio è reale. Una commissione che sembra alta può finanziare componenti dell’ecosistema che gli sviluppatori non vedono e di cui beneficiano comunque. Una riduzione imposta della capacità di monetizzare può ridurre gli investimenti futuri. L’apertura tecnica ha costi veri in sicurezza, supporto, complessità.
Apple sostiene precisamente questo, e lo sostiene per iscritto. Nel settembre 2025 ha pubblicato un documento sugli effetti del DMA sugli utenti europei in cui elenca funzioni arrivate in ritardo o non arrivate affatto, rischi legati alla distribuzione fuori dal suo negozio e ai sistemi di pagamento che non rispettano i suoi standard, e richieste di condivisione dati che a suo dire arrivano a comprendere il contenuto integrale delle notifiche o l’elenco storico delle reti WiFi a cui un utente si è collegato. La conclusione è che l’elenco delle funzioni ritardate in Europa probabilmente si allungherà.
Non serve credere che ogni argomento di Apple sia disinteressato per riconoscere che il problema esiste. Alcune di quelle obiezioni sono tecnicamente serie e vanno verificate una per una, non archiviate perché provengono dalla parte interessata.
Ma l’alternativa non è l’assenza di una decisione politica. È che quella decisione la prenda unilateralmente il gatekeeper. Anche stabilire che la commissione è il 30% è una decisione sulla distribuzione della rendita fra proprietario dell’infrastruttura, produttore del servizio e consumatore. Semplicemente viene presa in privato, da un consiglio di amministrazione, senza motivazione pubblica e senza possibilità di impugnarla.
Questo passaggio è il cuore della faccenda. Il mercato non elimina la politica quando una singola infrastruttura determina le condizioni di accesso al mercato. La privatizza.
Le piattaforme come legislatori privati
Un app store non è un negozio. Un negozio decide cosa mettere sugli scaffali. Un app store decide chi può distribuire software, con quali modalità, quali funzioni sono ammesse, come si possono ricevere i pagamenti, quali dati si possono raccogliere, come si entra in relazione con l’utente, quale percentuale di ogni transazione viene trattenuta e quali comportamenti comportano l’espulsione dal mercato.
Funzionalmente è un piccolo ordinamento: norme sostanziali, procedura, sanzione, giurisdizione. Gli manca solo il nome.
La peculiarità storica delle piattaforme digitali è che questa funzione normativa privata si sovrappone alla proprietà dell’infrastruttura su cui le norme si applicano. Apple scrive le regole e possiede il territorio. Google definisce l’architettura della ricerca e partecipa ai mercati che quella ricerca ordina. Meta stabilisce le condizioni tecniche con cui i terzi raggiungono una comunità di utenti che esiste dentro le sue infrastrutture. È precisamente questa coincidenza fra il legislatore e il proprietario che il regolamento chiama gatekeeping.
Da questo punto di vista il DMA non è soltanto un’espansione della regolazione europea. È il ritorno del diritto pubblico dentro spazi che per vent’anni abbiamo trattato come proprietà privata, e che nel frattempo avevano cominciato a comportarsi come istituzioni.
Il precedente non è l’antitrust, sono le ferrovie
Il parallelo storico utile non sta nella storia dei monopoli, sta in quella delle infrastrutture.
Quando una tecnologia diventa essenziale, le società tendono storicamente a smettere di trattare ogni condizione di accesso come semplice esercizio della proprietà privata. È successo con le ferrovie, con le telecomunicazioni, con le reti elettriche, con i sistemi di pagamento. La questione non è necessariamente nazionalizzare. È riconoscere che chi controlla l’infrastruttura dispone di un potere che eccede la normale relazione fra un venditore e un cliente, e che quel potere va sottoposto a regole diverse da quelle del contratto.
Gli app store, i sistemi operativi mobili, i motori di ricerca e alcuni servizi di intermediazione digitale hanno raggiunto quella condizione. Vale la stessa avvertenza che ho scritto a giugno a proposito del cloud: la sovranità non abita nel data center, e non abita nemmeno in una riga di un tariffario. Il DMA è interessante perché prova a regolare piattaforme private come infrastrutture di mercato senza trasformarle formalmente in servizi pubblici: nessuna tariffa fissata per legge, nessun obbligo di servizio universale, nessuna proprietà pubblica. Soltanto vincoli sulla forma in cui il potere infrastrutturale può essere monetizzato.
È un esperimento istituzionale abbastanza nuovo, e non è affatto detto che funzioni.
Che cosa è cambiato ieri
Il 18 agosto Apple ha annunciato nuovi termini per gli sviluppatori europei, presentandoli come esito di una strettissima collaborazione con la Commissione e come risoluzione delle controversie aperte su condizioni commerciali e distribuzione alternativa. Entrano in vigore il primo ottobre, e portano tutti gli sviluppatori europei sotto un unico insieme di condizioni.
Le cifre. La commissione ordinaria per le applicazioni che usano il sistema di pagamento interno scende dal 30% al 26%, con il 15% per chi rientra nel programma per piccole imprese, in quelli per mini app e video, e per gli abbonamenti a rinnovo automatico dopo il primo anno. Chi processa i pagamenti per conto proprio paga il 20%, ridotto al 10% per le stesse categorie. Chi porta l’utente a concludere l’acquisto su un sito paga il 15%, ridotto anch’esso al 10%. Chi distribuisce l’applicazione fuori dall’App Store paga una Core Technology Commission del 5% sulle transazioni digitali, che sostituisce definitivamente i 50 centesimi per installazione del vecchio Core Technology Fee, dovuti in passato anche quando un’installazione non produceva un euro di ricavo. E per la prima volta in Europa una stessa app può offrire il pagamento interno di Apple accanto a un’alternativa, a condizione di tenere la configurazione scelta per dodici mesi.
La direzione è quella giusta e va riconosciuta. Ma vale la pena fare i conti, perché è esattamente il genere di annuncio che viene letto come un cedimento e potrebbe non esserlo.
Fino a ieri, portare un utente a pagare fuori dall’App Store costava la somma di tre voci, tutte pubblicate da Apple nell’addendum che regola i collegamenti esterni: il 2% di acquisizione iniziale, dovuto nei primi sei mesi dall’installazione, una quota per i servizi del negozio pari al 5% o al 13% secondo il livello scelto, e il 5% di Core Technology Commission. Nei primi sei mesi faceva fra il 12% e il 20%; dopo, quando il 2% cadeva, fra il 10% e il 18%. Da ottobre è una cifra sola: 15%.
Chi stava in alto guadagna fra tre e cinque punti. Chi stava in basso, cioè chi aveva rinunciato ai servizi accessori proprio per pagare meno, ne perde altrettanti. E la distanza che conta, quella fra restare dentro e andare fuori, passa da una forbice compresa fra dieci e venti punti a un valore unico di undici. Per una parte degli sviluppatori l’uscita, in rapporto al restare, è appena diventata meno conveniente di prima.
C’è poi un caso che conviene isolare, perché è quello da cui siamo partiti. Un abbonamento maturo, cioè arrivato al secondo anno, paga il 15% se resta dentro e il 10% se manda l’utente a pagare sul sito: cinque punti di differenza, non undici. E il 10% è la stessa aliquota che l’addendum precedente riservava già a quella categoria al livello base di servizi. Per l’azienda dell’esempio da cui è partito questo pezzo, insomma, ieri è cambiato molto poco. Chi ha guadagnato davvero è lo sviluppatore grande e ordinario, senza programmi agevolati, che stava sul livello alto di servizi.
Non sto sostenendo che Apple abbia aggirato la Commissione: la semplificazione ha un valore reale, prevedibilità e leggibilità sono beni economici, un prezzo unico è più difficile da usare per discriminare, e poter tenere due sistemi di pagamento nella stessa app è una libertà che prima non c’era. Sto osservando due cose. La prima è che la contendibilità non si misura sul numero dei punti percentuali annunciati, ma sulla distanza fra le opzioni, e quella distanza, dopo sedici mesi di sanzioni, decisioni e indagini, resta a un livello che nessuno ha ancora giustificato pubblicamente con un ragionamento sul valore prodotto. La seconda è che il vincolo di dodici mesi sulla configurazione dei pagamenti è, in miniatura, esattamente il meccanismo di cui parla questo pezzo: non un divieto, un attrito.
Il primo ottobre non sapremo se il DMA ha funzionato. Sapremo che il prezzo dell’uscita è diventato una grandezza negoziata fra un’azienda privata e un’autorità pubblica. Ed è già una novità storica: fino a tre anni fa era un dato di fatto comunicato al mercato.
Il rischio opposto
Serve un contrappeso, perché il pezzo diventerebbe altrimenti una celebrazione, e non c’è niente da celebrare.
Se il DMA funziona male produce un mercato in cui ogni innovazione delle piattaforme diventa materia di negoziazione con Bruxelles. Potremmo passare da ecosistemi troppo controllati dalle imprese a ecosistemi troppo progettati dal regolatore, e la seconda condizione non è ovviamente migliore della prima: è soltanto meno familiare. Il fatto che Apple presenti i nuovi termini come frutto di una collaborazione strettissima con la Commissione si può leggere in due modi, e uno dei due è che il prezzo delle applicazioni in Europa venga ormai concordato in una stanza fra due soggetti, nessuno dei quali è lo sviluppatore che lo pagherà.
La Commissione deve quindi evitare accuratamente di decidere quali concorrenti debbano vincere. Il suo compito dovrebbe essere più stretto: assicurarsi che chi controlla il terreno non possa modificarne continuamente la pendenza per impedire agli altri di correre. La regolazione della contendibilità non dovrebbe scegliere l’esito del mercato. Dovrebbe impedire al proprietario del mercato di scegliere in anticipo chi può competere.
È una distinzione facile da enunciare e difficilissima da tenere, perché ogni decisione sul livello di una commissione avvantaggia qualcuno in concreto. Ma è l’unica linea che separa la regolazione della contendibilità dall’amministrazione del mercato.
Da qui segue anche il criterio con cui giudicare, e non sono le multe. La multa è il fallimento intermedio del sistema: dice che l’obbligo non ha funzionato da solo. Il risultato desiderato è che esistano alternative economicamente praticabili. Il test serio non è se Apple abbia pagato 500 milioni. È se fra cinque anni sarà economicamente plausibile costruire un’impresa digitale europea capace di raggiungere centinaia di milioni di utenti senza dover concedere allo stesso soggetto il controllo simultaneo su distribuzione, pagamento e relazione commerciale. Se la risposta sarà no, il DMA avrà fallito anche avendo incassato miliardi.
Il prossimo casello sarà l’agente
Oggi discutiamo delle commissioni di un negozio di applicazioni. La stessa struttura di problema si sta già spostando altrove, e con l’intelligenza artificiale diventerà più difficile da vedere, non più facile.
Il 16 luglio 2026 la Commissione ha adottato, sulla base dell’articolo 6 paragrafo 7 del regolamento, decisioni di specificazione vincolanti, cioè lo strumento con cui detta le misure tecniche concrete invece di limitarsi a enunciare l’obbligo, imponendo a Google di dare agli assistenti AI concorrenti lo stesso accesso ad Android di cui gode Gemini. Riguardano undici funzioni del sistema operativo e quattro capitoli: la possibilità per un assistente terzo di essere invocato con una propria parola di attivazione e dai punti di ingresso di sistema, l’accesso a quello che l’utente ha sullo schermo e la capacità di eseguire compiti attraverso le applicazioni, l’accesso alle risorse hardware, fotocamera e microfono compresi, necessario a essere reattivi quanto Gemini, e l’accesso ai flussi di dati che sul dispositivo permettono di capire il contesto. Le misure arrivano con Android 18 entro il primo agosto 2027 e con Android 19 entro il primo agosto 2028: tempi da infrastruttura, non da software.
Domani le domande saranno queste. Quanto costa a un assistente terzo essere invocato come quello di sistema. Quanto costa accedere al contesto dell’utente. Quanto costa a un agente compiere un’azione al posto di una persona, e quanto costa a un altro agente accettarla. Quanto costa comparire nella risposta invece che nella decima posizione di un elenco che nessuno scorre più. Quanto costa il calcolo.
Ho sostenuto qualche giorno fa che con i modelli aperti la domanda utile non è se un modello sia open, ma chi può ispezionarlo, eseguirlo, modificarlo e a quali condizioni. È la stessa domanda di questo pezzo, con un prezzo attaccato accanto a ogni voce.
Il prossimo gatekeeper potrebbe non essere chi controlla il negozio. Potrebbe essere chi controlla l’agente attraverso cui l’utente cerca, compra, legge, prenota e decide. E anche lì il problema centrale non sarà vietargli di offrire il proprio servizio. Sarà stabilire quanto possa costare scegliere quello di qualcun altro.
La politica era già lì
Per molto tempo abbiamo immaginato che Internet avrebbe sottratto una parte crescente della vita economica alla geografia, e quindi alla politica. Il mercato digitale sembrava capace di organizzarsi da sé attraverso protocolli, contratti e proprietà privata, mentre agli Stati sarebbe rimasto il compito residuale di inseguirne gli abusi con qualche anno di ritardo.
Le piattaforme hanno dimostrato il contrario, e lo hanno dimostrato con i prezzi prima che con qualsiasi altra cosa. Quando un’impresa controlla il luogo in cui gli altri fanno impresa, il prezzo che stabilisce non è più soltanto un prezzo. Diventa una regola sulla distribuzione del valore, e quindi una norma.
Il Digital Markets Act non è interessante perché l’Europa abbia finalmente deciso quanto dovrebbe guadagnare Apple. Sarebbe una conclusione povera, e per fortuna nessuno l’ha decisa. È interessante perché costringe a riconoscere una cosa che avevamo nascosto sotto il vocabolario neutrale dei mercati digitali: esiste un punto in cui l’architettura tecnica diventa istituzione, una commissione diventa una forma di governo e la libertà contrattuale di chi possiede l’infrastruttura diventa il vincolo economico di tutti gli altri.
A quel punto la domanda non è più se debba intervenire la politica. La politica è già lì, da anni, scritta nelle condizioni d’uso. La scelta reale è chi la esercita, sotto quali regole e con quale possibilità concreta, per gli altri, di andarsene davvero.
Ed è per questo che la regolazione diventa politica nel momento in cui smette di chiedere al potere di non fare qualcosa e comincia a chiedergli quanto possa costare non dipendere da lui. Il DMA non prova a rendere le piattaforme meno potenti per decreto. Prova a impedire che ogni forma di autonomia dal loro potere debba essere acquistata al prezzo deciso dalle piattaforme stesse.
È una differenza piccola soltanto in apparenza. Dentro c’è buona parte della politica digitale europea dei prossimi dieci anni, e il primo ottobre ne vedremo la prima rata.
Cosa ti porti a casa
Il 23 luglio 2026 la Commissione ha multato Google per 890 milioni di euro, 460 per l’auto-preferenziazione nella ricerca e 430 per le restrizioni su Google Play, con sessanta giorni per rimediare. La motivazione contiene la frase più importante scritta finora sul DMA: Google può ricevere un compenso per avere procurato il primo incontro con un cliente, ma il livello delle commissioni e la durata del periodo in cui vengono applicate andavano oltre quanto il regolamento consente.
Il DMA non è l’antitrust del Novecento. L’antitrust chiede se un’impresa abbia abusato della propria posizione; il DMA parte dal presupposto che alcune infrastrutture siano così centrali da rendere insufficiente aspettare ogni volta la prova dell’abuso, e impone obblighi prima. La prima revisione del regolamento, il 28 aprile 2026, lo ha giudicato adeguato senza bisogno di modifiche legislative.
Il potere digitale si esercita raramente vietando. Si esercita facendo in modo che l’alternativa non convenga: un’API a un prezzo che impedisce ai concorrenti di nascere, una portabilità dei dati lenta e incompleta, un pagamento esterno ammesso e contemporaneamente tassato fino ad azzerarne il beneficio. Un sistema non ha bisogno di vietarti di uscire se può rendere l’uscita economicamente irrazionale.
Il 18 agosto Apple ha rifatto i prezzi europei: 26% dentro l’App Store, 20% con pagamento proprio, 15% per chi porta l’utente a pagare fuori, 5% per chi distribuisce fuori dall’App Store, in vigore dal primo ottobre. Prima l’uscita costava fra il 10% e il 20% secondo i servizi scelti e l’anzianità dell’installazione. La cifra unica semplifica, ma per gli sviluppatori che stavano sulla soglia bassa l’uscita è diventata più cara, e la distanza dal restare dentro non si è allargata. Per un abbonamento oltre il primo anno quella distanza è di cinque punti, non di undici.
Il test del DMA non sono le multe, che sono il suo fallimento intermedio. È se fra cinque anni sarà economicamente plausibile costruire un’impresa digitale europea che raggiunga centinaia di milioni di utenti senza concedere allo stesso soggetto il controllo simultaneo su distribuzione, pagamento e relazione commerciale. Se la risposta sarà no, il DMA avrà fallito anche con miliardi di sanzioni incassate.
Domande e risposte
Che cosa vieta esattamente il Digital Markets Act sulle commissioni?
Non vieta le commissioni, e questo è il punto che si perde più spesso. Il DMA impone al gatekeeper, cioè alla piattaforma che il regolamento designa come passaggio obbligato, di permettere agli sviluppatori di comunicare e promuovere gratuitamente le proprie offerte agli utenti acquisiti tramite la piattaforma e di concludere contratti con loro, a prescindere dal canale usato. È l’articolo 5, paragrafo 4. Il regolamento non fissa un tetto alle commissioni: sono le decisioni di non conformità che, caso per caso, stabiliscono quando il livello e la durata di una commissione rendono quel diritto inutilizzabile.
Perché la decisione contro Google del luglio 2026 è più importante della multa ad Apple del 2025?
Perché contiene un criterio, non soltanto una sanzione. Il 23 aprile 2025 la Commissione aveva multato Apple per 500 milioni di euro accertando che le sue condizioni impedivano agli sviluppatori di sfruttare i canali alternativi e ai consumatori di conoscere offerte più economiche. Il 23 luglio 2026, multando Google per 890 milioni, la Commissione ha aggiunto il pezzo che mancava: ha riconosciuto esplicitamente che Google può farsi pagare per avere procurato il primo cliente, e ha contestato invece il livello delle commissioni e la lunghezza del periodo in cui continuano a essere dovute. Non nega il diritto al compenso, ne discute la misura.
Che cosa cambia per gli sviluppatori con i nuovi termini Apple del 18 agosto 2026?
Apple ha annunciato un unico insieme di condizioni per tutti gli sviluppatori europei, in vigore dal primo ottobre 2026. La commissione ordinaria per le app che usano il sistema di pagamento interno scende dal 30% al 26%, con il 15% per chi rientra nei programmi per piccole imprese, mini app e video. Chi processa i pagamenti per conto proprio paga il 20%, chi porta l’utente a concludere l’acquisto su un sito paga il 15%, e chi distribuisce l’app fuori dall’App Store paga una Core Technology Commission del 5% sulle transazioni digitali, che sostituisce i 50 centesimi per installazione del vecchio Core Technology Fee. Apple presenta i nuovi termini come esito di una strettissima collaborazione con la Commissione e come risoluzione delle controversie aperte.
Non è un problema che sia un'autorità pubblica a decidere quanto vale una piattaforma privata?
È l’obiezione più forte contro tutta l’impostazione, e va tenuta aperta. Una commissione apparentemente alta può finanziare parti dell’ecosistema che gli sviluppatori non vedono, e ridurre per legge la capacità di monetizzare può ridurre gli investimenti. Apple sostiene da anni che l’apertura imposta dal DMA abbassa le protezioni e ritarda l’arrivo di funzioni in Europa. Ma l’alternativa non è l’assenza di una decisione politica: è che quella decisione la prenda unilateralmente il gatekeeper. Quando una singola infrastruttura determina le condizioni di accesso al mercato, il mercato non elimina la politica. La privatizza.
Il DMA riguarderà anche l'intelligenza artificiale?
Sta già succedendo. Il 16 luglio 2026 la Commissione ha adottato decisioni di specificazione vincolanti che impongono a Google di dare agli assistenti AI concorrenti lo stesso accesso ad Android di cui gode Gemini, su undici funzioni del sistema operativo: parole di attivazione, comprensione di quello che c’è sullo schermo, esecuzione di compiti fra applicazioni, accesso alle risorse hardware, flussi di dati sul contesto dell’utente. Le misure arriveranno con Android 18 entro il primo agosto 2027 e con Android 19 entro il primo agosto 2028. La prima revisione del regolamento, del 28 aprile 2026, ha indicato AI e cloud come priorità di applicazione. Il prossimo passaggio obbligato potrebbe non essere lo store, ma l’agente attraverso cui l’utente cerca, compra e prenota.