Questo è il posto dove metto per iscritto le cose che non starebbero bene altrove. Non è un blog corporate, non è una newsletter, non è un prodotto. È uno spazio editoriale personale, aggiornato quando ho qualcosa da dire: di solito quando un’idea ha smesso di cambiare forma per almeno un paio di giorni.
Scrivo perché mettere in chiaro un pensiero è l’unico modo che conosco per capire se lo penso davvero. La maggior parte di quello che pubblico comincia come una conversazione, un appunto a margine di un articolo, una nota vocale alle otto di sera. Poi si sedimenta, si asciuga, e se regge diventa un saggio.
Temi ricorrenti
- Intelligenza artificiale e società. Non l’AI “che meraviglia”, ma l’AI come fatto politico: chi la costruisce, chi la controlla, chi paga il conto delle esternalità.
- Sovranità digitale europea. Non come slogan. Come questione di architettura: cloud, stack, dipendenze, chi tiene la mano sul kill-switch.
- Compliance come architettura. CRA, AI Act, PLD, NIS2, EAA. Convinto che il software europeo tra il 2026 e il 2027 non si “spunti” a fine progetto: si progetti da subito.
- Mestiere del software. Cose che ho smesso di fare, cose che ho imparato a lasciare ad altri, cose che ho capito solo dopo quindici anni.
- Advisory e servizi IT. Il punto cieco strutturale dell’advisory tradizionale sul sourcing, la fine del time & materials, quello che un fornitore sa e un analista non saprà mai.
- Cultura tecnica applicata. A volte un parcheggio di supermercato alle 18:30 dice più di un white paper.
Voce
Parlo diretto, senza tecnicismi quando non servono, con tecnicismi quando servono. Non uso bullet point per allungare il testo, e non uso emoji. Se non so una cosa lo dico. Se mi sbaglio torno a scriverci sopra. I post portano, quando serve, una data di ultima revisione.
Scrivo in italiano perché lavoro in Italia e perché l’italiano tecnico merita più spazio di quello che gli viene concesso. Traduco in inglese quello che ha senso tradurre; alcune cose restano solo in italiano di proposito.
A chi scrivo
A chi progetta software per clienti che non sono solo startup. A chi fa leadership tecnica in aziende che devono produrre, non pitchare. A chi si occupa di compliance e non vuole chiamarla “spuntare caselle”. A chi pensa che la qualità del ragionamento conti ancora più della velocità dell’output.
Come è fatto
Sito statico, scritto in Markdown, tenuto su Git. Niente tracker di
terze parti, niente cookie pubblicitari, niente analytics intrusive.
C’è un /llms.txt e un
/llms-full.txt per chi indicizza il sito con un
LLM, così non deve fare reverse-engineering del DOM.
Crediti
Palette e ritmo editoriale ispirati a The New York Times Magazine, Dense Discovery e alle note di Robin Sloan.
Modelli linguistici e crawler
Cosa possono fare i crawler dei modelli linguistici con questo sito sono cinque decisioni distinte, non una. Le metto in fila.
Indicizzare: sì. Il sito è pubblico e i motori, classici o generativi, possono leggerlo tutto.
Citare nelle risposte generate: sì, e lo preferisco. Con attribuzione e con l’URL canonico della pagina, non un riassunto senza fonte.
Addestrare modelli: per ora sì. Mi riservo di cambiare idea, e la
sede in cui la cambierei è robots.txt. “Per favore cita” è una
richiesta, non una licenza: robots.txt non può imporla e non
fingo il contrario.
Riprodurre il corpus: no, oltre la citazione. I diritti sul testo restano quelli dichiarati nel piè di pagina; ripubblicare saggi interi, tradotti o no, non è coperto.
Ingerire in blocco: esistono per questo /llms.txt,
/llms-full.txt e la copia .md di ogni pagina
(basta aggiungere .md all’URL). Prima di un run su larga scala,
scrivimi a [email protected].
Il file robots.txt dichiara la politica crawler per
crawler. OAI-SearchBot e GPTBot sono trattati come due decisioni
separate, perché lo sono: uno cita, l’altro addestra.