Andrea Margiovanni .it
Un bambino piccolo e biondo, visto di spalle, con un cappellino rosso, entra da solo nel mare in una giornata di sole, l'acqua fino ai polpacci.

Coi fatti

Mio padre non mi ha mai detto, neanche una volta, che mi voleva bene. Me l'ha fatto vedere, e basta, e ci ho messo quarant'anni e un figlio per capirlo. Per una volta non parlo di codice né di regole europee.

Stamattina ho svegliato Daniele che era ancora caldo di sonno, di quel calore che hanno solo i bambini piccoli quando li tiri su dal letto e per un istante non sanno bene dove sono. Poi sono uscito di corsa, in bici, per arrivare al lavoro. Niente di speciale, è la mattina di sempre. Avevo nelle orecchie Avrai, di Baglioni, e l’ho lasciata andare mentre pedalavo lungo la strada che faccio ogni giorno senza più guardarla.

Avrai è una canzone che un padre scrive per un figlio appena arrivato al mondo. Non racconta niente di preciso, fa una cosa più difficile, prova a dire in anticipo tutto quello che quel figlio incontrerà, le cose belle e quelle storte, e a prometterle come si promette qualcosa che non dipende davvero da te. È un padre che si sporge sul futuro di una persona che ha appena cominciato a respirare e che le dice, in sostanza, ci sarò. Una promessa che nessuno può mantenere fino in fondo, e che proprio per questo vale.

Mentre la ascoltavo, per l’ennesima volta in vent’anni, mi è successa una cosa che non mi era mai successa. Ho capito che quella canzone la conoscevo già prima di sentirla. Il suo senso, intendo, non le parole. Me l’aveva consegnata mio padre molto tempo fa, e l’aveva fatto senza scriverla e senza dirmi mai, nemmeno una volta in tutta la vita, che mi voleva bene.

Mio padre le cose dolci non le ha mai dette. Le ha fatte, e basta. Per tutta la vita ha parlato una lingua sola, quella dei gesti, e le frasi che gli altri padri ogni tanto si concedono, quelle che si dicono e poi si dimenticano, lui le ha sempre saltate. Non per freddezza. Per una specie di pudore antico, credo, l’idea che certe cose dette ad alta voce si sciupano, e che l’unico modo serio di voler bene a qualcuno sia presentarsi. Esserci la mattina presto e la sera tardi. Fare la fatica senza nominarla mai.

Perché questa è la parte che adesso, da padre, comincio a vedere per la prima volta. Mio padre non ha avuto quasi niente di quello che ho avuto io. Non ha avuto l’istruzione che ho avuto io, e non ha avuto gli spazi né la libertà di sbagliare sapendo che ci sarebbe stata una seconda occasione per rimettersi in piedi. La vita gliel’ha messa davanti stretta, e lui dentro quella vita stretta ne ha costruita a me una larga. Mi ha fatto studiare, mi ha lasciato libero di provare strade che a lui non erano nemmeno state mostrate. E la cosa più difficile non è stata farla, tutta quella fatica. La fatica si fa, uno stringe i denti e la fa. La cosa difficile, quella per cui adesso non so nemmeno come si fa a ringraziare, è stata non farmela mai pesare. Non dirmi mai niente. Lasciarmi crescere con l’idea che fosse tutto naturale e dovuto, quando semplice non lo era per niente.

Non mi ha insegnato a parlare d’amore. Mi ha insegnato che cos’è, e l’ha fatto nel modo più rischioso che ci sia, lasciandomelo vedere e fidandosi che prima o poi l’avrei capito da solo. Ci ho messo quarant’anni e un figlio mio. Ma l’ho capito.

Ce ne sarebbero tanti di esempi da raccontare ma questi rimarranno tra me e lui (e mamma).

C’è una cosa che nessuno ti dice prima, e cioè che diventare padre non ti insegna prima di tutto a fare il padre. Ti insegna a leggere il tuo, di padre. Ogni notte passata sveglio, ogni rinuncia fatta senza raccontarla a nessuno, tutto questo non lo capisci davvero finché non sei tu, dall’altra parte, a doverlo fare. E quando cominci a farlo ti volti indietro, vedi tuo padre che lo ha fatto per anni in silenzio, per te, e ti prende una specie di vertigine.

Daniele ha tre anni. È biondo, identico a sua madre, e ha addosso una serenità che certe mattine mi commuove senza preavviso, mentre gli allaccio le scarpe o lo guardo mangiare convinto che il mondo sia un posto buono. È sereno in un modo che a me non appartiene, e proprio per questo lo guardo come si guarda una cosa quasi miracolosa. Del mio carattere però si è preso parecchio, lo vedo nei dettagli, in come si arrabbia e in come si perde dentro una cosa fino a dimenticare tutto il resto.

E qui c’è la parte che mi fa paura, e tanto vale dirla. Insieme alle cose mie che mi piacerebbe lasciargli c’è quella con cui combatto da sempre, quel peso che ogni tanto si siede sul petto senza chiedere il permesso. La depressione non te la scegli e non te la racconti volentieri, men che meno qui sopra. E certe volte ho paura di avergliela passata nel sangue insieme ad altri tratti del carattere.

Si potrebbe pensare che allora il meglio che posso fare per lui sia tenermi tutto dentro, come faceva mio padre, e non lasciargli vedere niente. Però non è quello che voglio, e non è nemmeno la lezione vera di mio padre. La sua lezione non era nascondere il dolore. Era scegliere ogni singolo giorno che cosa far arrivare a un figlio. Lui dentro chissà cosa si portava, non me l’ha mai detto e non glielo chiederò mai. A me, di tutto quel mondo lì dentro, è arrivato solo il bene, perché lui ogni giorno ha deciso che a me arrivasse quello. Forse fare il padre è tutto qui, in questa selezione ostinata e quotidiana. Non sei senza ombre. Decidi soltanto quali ombre non far cadere addosso ai figli.

Adesso mio padre è diventato un vecchietto. Lo dico con tenerezza, non con tristezza. Si è fatto un po’ più piccolo e un po’ più lento (ma sempre più veloce di noi altri), e la roccia che è sempre stato per me è ancora lì, solo che adesso è una roccia delicata. Non alza la voce, non l’ha mai alzata, e continua a parlare l’unica lingua che conosce, quella dei fatti, anche ora che i fatti che può ancora fare sono più piccoli e più rari. C’è qualcosa di insopportabilmente dolce nel vedere la persona più forte della tua vita farsi più fragile e restare, sotto la fragilità, esattamente la stessa di sempre.

Questo post a lui probabilmente non lo leggerò. Non è il nostro modo, e forzarlo sarebbe tradire proprio la cosa che mi ha insegnato. Però lo scrivo lo stesso, e lo metto qui dove di solito parlo d’altro, di codice e di regole europee, perché l’istruzione e le parole che lui non ha avuto e che invece ha dato a me servano almeno a questo. A dire, una volta, ad alta voce, la cosa che lui mi ha insegnato senza dirla mai. Gli voglio bene. Tanto, e da sempre, anche quando non lo sapevo.

E a Daniele proverò a farla arrivare nello stesso modo, perché è il modo giusto, quello che funziona davvero. Coi fatti, prima di tutto. Esserci la mattina quando lo sveglio e la sera quando torno, e fare la fatica senza raccontargliela. Ma a differenza di mio padre, ogni tanto, voglio anche dirgliela. Voglio che la senta nei gesti e che ogni tanto la senta pure nelle parole, così non debba aspettare quarant’anni e una canzone ascoltata in bici per capire una cosa che era lì da sempre. Perché magari (e lo spero) lui sarà diverso da me e migliore di me.

Volesse il cielo.

❤️

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